lunedì 16 luglio 2012

Van Morrison - "Astral Weeks"

Ermetiche poesie piroettanti

1968

L'idea dei dischi da portare su un'isola deserta mi ha sempre lasciato un po' perplesso perché, andiamo, quanto è credibile un naufrago che ritrovatosi sull'isola di Lost possa tranquillamente ascoltare i suoi dischi su un impianto stereo perfettamente funzionante (probabilmente grazie a delle celle per l'energia solare) acchittato dal Venerdì di turno?
Ciononostante se esistesse una roba del genere questo album lo porterei sicuro, garantito al limone, al lime e alla papaya, tanto per rimanere in contesti esotici.
Oscurato un po' dalla fama contemporanea del cognomonimo (parola credo inesistente) collega americano James Douglas "Jim" Morrison, l'irlandese George Ivan "Van" Morrison non poteva certo vantare un carisma fricchettone e quindi nemmeno nessuna frase allucinata e "illuminante" scarabbocchiata su chilometri quadrati di pagine di Smemoranda negli anni a venire. Van Morrison era un un poeta vero: ermetico e introverso. Non un fattone con una bella voce che ha avuto il culo di incontrare una gran band. Pure Van "The Man", poi, in quanto a voce mica scherzava.
Quando si ritrovò a registrare questo capolavoro con una vera band jazz, il sogno della sua vita, non diede indicazioni specifiche né sulle partiture da suonare né sul significato dei suoi testi. Ed ecco che, come una magia, quegli arrangiamenti folk-jazz quasi improvvisati e i quei testi tanto ariosi quanto misteriosi sono ciò che più delizioso e brillante e affascinante le orecchie possano ascoltare ancora oggi, a 44 anni dalla loro creazione. Dall'acrobatico cantato "scat" singhiozzante al più incredibile basso acustico che avrete mai modo di sentire, passando per la generosa selezione di strumenti allieta-timpani (vibrafoni, sassofoni, flauti e clavicembali), tutto concorre alla creazione di un'atmosfera in bilico fra malinconia e gioia incredibilmente "ballabile", preferibilmente sull'erba, a piedi nudi.
Infine, tutto risponde alla logica del "se una cosa è bella, tanto vale che duri a lungo" con 4 brani su 8 che superano i 6 minuti.
Non vedo l'ora di sfonnarmi con l'aroplano, custodia porta-vinili in acciaio super-resistente alla mano, in mezzo all'oceano pacifico.


P.S.: però, che cazzo: nel '68 pur non avendo photoshop i grafici riuscivano a far copertine più belle di quelle di oggi.

sabato 7 luglio 2012

The Sonnets - "Western Harbour Blue"

Tutti sul panfilo dell'amore! Mare profumo di mare, con l'amore io voglio giocareee...

2010

ZZzZZZZZZZZzzZZzzZzz...ZZzzZZZ..ZZZzzZzzz
DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNN!!!
Aaaargh!!! Uuuuuh, urgh... ma ma ma...quanto ho dormito? Co-come!? 55 giorni!!?!
Diamine, tutta colpa della musica indie soporifera del 2012. Umpf... Di che si può parlare ora? Vediamo che giorno è: 7 Luglio.... estate. AH, perfetto! Fammi preparare le valigie che me ne vado in barca a vela a Saint-Tropez con questi stilosi e romantici fichetti svedesi. Lo so è una cosa molto chic e altolocata ma da due anni a questa parte è diventata per me un'abitudine irrinunciabile. Questi Sonnets fanno infatti un pop madido d'acqua di colonia come non si sentiva dagli '80 degli Style Council e Prefab Sprout: sentimentalismo infoulardato, pianoforte, bossanova, sassofono e coretti languidi.
Perché l'amore estivo è più bello sognarlo in prima classe.


domenica 13 maggio 2012

BADBADNOTGOOD - "BBNG2"

JAZZJAZZNONDAVECCHI

2012

Quando è stata l'ultima volta in cui il jazz è stato considerato accattivante dalle nuove generazioni e non roba per over-30? Probabilmente qualcosa come 70 anni fa, a causa dell'aura purista e snobbona con cui i musicisti del genere hanno quasi sempre adorato circondarsi e anche tutti i tentativi di svecchiamento successivi, come le incursioni nei territori "pesanti" del jazzcore e del jazz-metal, sono rimasti confinati in nicchie di ascoltatori.
La soluzione arriva dal Canada. Ovviamente.
Oh, Canada, salverai il mondo non è vero?
I BADBADNOTGOOD lo scrivono chiaramente:
"Nessuna persona al di soprà dei 21 anni è stata coinvolta nella produzione di quest'album". E il risultato è che questo "BBNG2", secondo album in 2 anni dei torontiani, suona freschissimo e cool e glamour ma è jazz, proprio jazz, inequivocabilomente jazz. 
La loro formula di riaggiornamento non investe soltanto la forma, sebbene lo faccia molto bene con l'ausilio di una produzione moderna di suoni analogici in cui il basso, strumento melodico fondamentale, è mixato ad un livello più basso (un po' come si fa oggi con la voce per altri generi), ma il neo-jazz badbadnotgoodiano mostra anche differenze strutturali con il passato ricavate da influenze moderne di musica elettronica (con un approccio compositivo "stratificato"), post-rock e hip-hop (con una preponderanza del beat cadenzato rispetto al virtuosismo batteristico). Generi che a loro volta devono molto al jazz. 
A contribuire poi a questo infighettamento concorrono alcune cover paracule ma ben riuscite di James Blake con "Limit To Your Love" (già cover di Feist), "Earl" di Earl Sweetheart (giovanissimo rapper del collettivo Odd Future), "Flashing Lights" di Kanye West e infine la chicca shoegaze-punk di "You Made Me Realise" dei My Bloody Valentine.
Superando l'alta barriera dell'immaginario sofisticato, pretenzioso e un po' matusa del jazz i BADBADNOTGOOD ci portano un disco affascinante nonché di facile ascolto nel quale, dopo tanta musica piena di beat pompanti e chitarre arrotanti, si torna anche a sentire un po' di eleganza al piano, e intendo proprio il piano suonato non 3 note di synth ripetute in loop .
Insomma, con l'idea giusta si può riuscire a svecchiare qualsiasi cosa, compresi il liscio e la polka.


mercoledì 2 maggio 2012

Subsonica - "L'eclissi"

Cassa dritta pecoreccia (ma non sempre per fortuna)

2007

Ieri, guardando i Subsonica in tivì al concerto del primo maggio, oltre ad aver pensato "Cacchio, ma questi sono i nuovi Modena City Ramblers/Bandabardò del Concertone: li invitano sempre" mi sono ricordato di questo loro quinto album e di quanto mi piacesse, nonostante non fossi mai stato particolarmente fan dei torinesi (questi torinesi, non i torinesi tutti).
E mi son anche reso conto di quanto siano stati avanti: un pop-rock con un'elettronica così preponderante loro l'avevano fatto con qualche anno di anticipo rispetto a molti altri, persino sulla scena internazionale, e in qualche modo il loro synth-rock (che 10 anni fa chiamavamo "electro-clash") rimane unico e bisogna rendergliene conto.
Tuttavia, rimane anche un po' di rammarico per come questa unicità sia stata donata dal Dio della musica "proprio a loro", che questi strumenti non li hanno mai utilizzati al massimo. I vizi dei Subsonica sono infatti grossi come una casa e basta ascoltare un qualsiasi brano per accorgersene. Innanzitutto la produzione è tamarra nel sangue (perché loro sono tamarri nel sangue: basta vedere Boosta con le sue tastiere molleggianti). Una roba tutta incentrata sull'aggiungere piuttosto che sul togliere, con la voce di Samuel sempre effettata su strati e strati di suonini e scorreggine digitali che si potrebbero anche risparmiare. Pure le chitarre quando ci sono sembrano di plastica. Inoltre gli arrangiamenti sono sempre abbastanza prevedibili: e vabè che è musica pop ma almeno in qualche pezzo non designato a singolo potrebbero cazzeggiare un po'. Per questi motivi, infatti, quello che è considerato il loro miglior album, "Microchip emozionale" (1999), non è il mio preferito: per quanto ambizioso e avanti ai suoi tempi nelle intenzioni, è invecchiato malino, specie per quanto riguarda il comparto sonoro che risulta oggi piuttosto ammuffito.
Infine, il peggior difetto dei Subsonica è..... -  suspànce - è..... la ridicola scrittura dei testi ad opera di Samuel. E cos'altro sennò? Dall'ermetismo che non serve altro a mascherare la mancanza di cose da dire all'ammassamento di aggettivi inutili, per non tacere dei testi "impegnati" che arrivano solo obliquamente a parlare di qualcosa di sensato, senza scordare i ritornelli di due parole ripetute in eterno, i Subsonica ci hanno lasciato un'eredità che la nostra povera musica alternativa impiegherà anni a smaltire, come delle scorie nucleari.
E nonostante tutte queste grane perché questo disco mi piace tanto?
Semplicemente perché è il disco in cui tutti questi problemi si sentono di meno, son abbastanza nascosti da una componente elettronica che mai prima era stata così massiccia: dalle katanate di tastiera della gasante apertura "Veleno" alla techno da rave di "Il centro della fiamma", passando per la drum&bass di "Piombo" (che credo sia una canzone anti-mafia ma sempre in quel modo incerto che dicevo prima).
Insomma, un ottimo album che mostra cosa potrebbe fare questa band se osasse e si allontanasse un attimo dagli stilemi che si è autoimposta: non solo una band in grado di fare con anni di anticipo i Pendulum e gli Aucan (che "Black Rainbow" è subsonico al 100% ma palloso).
"L'eclissi" arriva dopo quello è il loro lavoro più brutto, "Terrestre" del 2005 (monotono e tutto chitarre di plastica, bruciata però), e nel 2011 sarà seguito da quello che il loro secondo lavoro più brutto, "Eden" (tante idee interessanti ma eseguite male). Dunque o questo album è solo un incidente di percorso o magari c'è un disegno di fondo e il prossimo sarà un capolavoro. 
Nel dubbio aspettiamo fiduciosi fist-pumpando nell'aria a ritmo delle loro casse dritte.


P.S.: durante il tour di questo disco utilizzarono una fighissima parete di led: un'altra roba un sacco avanti, davvero.

giovedì 26 aprile 2012

I Blame Coco - "The Constant"

Electro-pop raccomandato

2010

Non accuso il nepotismo: dopotutto sono perfettamente in grado di comprendere che se sei figlia di un musicista, se sei nata e cresciuta in un ambiente pieno di musica, hai accompagnato tuo padre a lavoro in giro per il mondo, risulta assai innaturale anche solo provare a fare qualcosa di diverso tipo, che so, il tassidermista.
Questa è, infatti, la storia di Eliot Paulina Sumner detta "Coco", figlia di Gordon Matthew Sumner detto "Sting", nata nel 1990 a Pisa (perché il papà è fissato con la toscana e ha una casa da quelle parti).
Al di là dei pregiudizi questo "The Constant" può, sì, ricordare senza dubbio alcuni elementi del frizzante synth-pop chitarroso della band paterna ma, in generale, è più assimilabile ad altre artiste electro-pop (con l'accento su pop) contemporanee come La Roux, Ladyhawke, Ellie Goulding  e Marina Diamandis.
Dalla sua Coco ha il pregio di scrivere canzoni meno frivole e "giocattolose" di quelle succitate colleghe e in questo l'aiuta la voce seria e corposa, questa sì, incredibilmente simile a quella del papà.
"The Constant" è un disco più che discreto, godibilissimo e sostanzioso, che pur non restando negli annali, apre la strada a una nuova strafica mascellona del pop.
Ve lo raccomando.


P.S.: Sting è riuscito a piazzare anche un altro figlio, Joe, con la band Fiction Plane

sabato 21 aprile 2012

The Stone Roses - "The Stone Roses"

Un capolavoro. Senza il quale gli Oasis non esisterebbero...urghhh

1989

Oggi è il Record Store Day, gente, il giorno in cui dopo 364 giorni passati a scaricare roba da mediafire ci si ricorda che esistono i negozi di dischi e che la musica ogni tanto si può anche pagare. Evvai!
Per questo vi racconto di quando comprai per la prima volta un vinile: il sopra-raffigurato primo album (il secondo è irrilevante) degli Stone Roses. Un disco bellissimo, fondamentale, indescrivibile e unico nel suo genere. Pensate un po', Noel Gallagher decise di fondare una band dopo aver visto un loro concerto. Gli Stone Roses vengono infatti da Manchester e sotto sotto sono dei coatti non da poco: sebbene infatti questo disco non lo sia, perché nato in un'epoca in cui, sulla scia dei concittadini Smiths, andava di moda fare i dandy maledetti e sofisticati, in seguito i componenti della band si sono sbizzarriti con la loro tamarragine.
Il cantante Ian Brown, ad esempio, ha creato il suo brand di tute in acetato che potete vedere indossato fieramente da lui stesso nella copertina del suo ultimo album "My Way". Un album più che discreto invero, perché checché se ne dica gli Stone Roses ebbero un assaggio di quella mitica fiamma che permette di scrivere canzoni immortali. E non è che il ricordo di tal fiamma si perde tanto facilmente.
Anche se dal vivo son sempre stati inadeguati: ad esempio, il batterista Reni (se vi pare un nomignolo strano sappiate che il bassista si chiama Mani) non è mai stato in grado di eseguire decentemente la vorticosa e incessante "Fool's Gold" (presente solo nella versione statunitense del disco) e Ian Brown è un bel po' stonato. E da quest'anno li potrete rivedere in tutti i grandi festival d'Europa perché si sono riformati!!! Chissà magari son migliorati.
Del disco in sé comunque c'è poco da dire: ha la mia età e se non lo avete sentito dovete ascoltarlo e basta perché è impossibile da descrivere senza usare parole come megastraficaderrimoultrabombotronicocremosoipertrascendentalebazoom.
E pensare che io lo comprai a scatola chiusa: ne avevo letto soltanto sul libro allegato a Rolling Stone "I 500 migliori album di ogni tempo" che lo liquidava alla posizione quattrocentonovantasettesima con due parole, però ero assai intrigato dalla copertina disegnata dal chitarrista John Squire in style Pollock+VitaminaC. Allora, con una mega botta di culo lo trovai per meno di 10 euro in un pidocchioso mercatino dell'usato vicino casa. Diciamo che il prezzo era adeguato perché, nonostante si sentisse perfettamente, la bellissima "Made of Stone" era completamente rigata a livello "sbracapuntina". Per questo l'omonimo disco degli Stone Roses è anche l'unico che possiedo sia in vinile che in cd.
Bene, per quest'anno è tutto: via via, andate a comprare un disco che vi piace molto e lasciate marcire nei magazzini le tonnellate di dischi "meh" in circolazione che tanto prima o poi li troverete alle bancarelle a 50 centesimi l'uno.

Compralo subito o streamalo su Spotify

giovedì 19 aprile 2012

I quartieri - "Nebulose"

Nello spazio nessuno può sentirti piagnucolare

2010

Quando ci si sente soli è sempre la stessa storia.
Non importa se si è su un autobus durante l'ora di punta, in motorino sulla tangenzialeo a lezione all'università. Quando ci si sente soli è un po' come trovarsi su una navicella spaziale, alla deriva nello spazio profondo, che ha perso le coordinate: lontani anni luce da qualsiasi persona che possa aiutarci o semplicemente farci compagnia. Perché in realtà chi ci sta attorno non si trova mai nelle nostre condizioni, non può capirci.
Fortuna che la scienza musicale nel 2010 ha elaborato un medicinale altamente lenitivo che si assume per via auricolare chiamato I quartieri.
La one-man band di Fabio Grande canta di questa solitudine interstellare con voce carezzevole, chitarra reverberata e tanti effetti sonori siderali attorno come se stesse veramente fluttuando con rassegnazione nel buio dell'abbandono alla ricerca di un lumicino di empatia. E inevitabilmente quando ascolterete queste tenere poesie su basi soft-space-post-rock radioheadiane vi sentirete sicuramente un po' meno desolati.
Inoltre questo disco non ha controindicazioni: lo potete ascoltare anche quando siete felici senza deprimervi perché, si sa, la felicità non esisterebbe senza l'infelicità dunque queste melodie agrodolci vi faranno apprezzare ancora di più quello che avete e la moltitudine di stelle nel cielo che, viste così tutte assieme, non sembrano più tanto sole*.

"Satelliti noi non saremo mai
ma nebulose scintillanti
prima orbitammo insieme lentamente e poi
scoprimmo d'essere distanti
in due universi diversi
due universi diversi"


*: no pun intended

martedì 17 aprile 2012

Kindness - "World, You Need a Change of Mind"

Funk che più bianco non si può

2012

Ehi tu, ficone zazzerone inglese che rispondi al nome di Adam Bainbridge, scendi subito da quella copertina!
 Come mai non sei su un cartellone pubblicitario di Calvin Klein? Quello è il posto che ti appartiene: devi fare il modello non puoi rubare il lavoro ai musicisti alternativi che nascondono dietro barbe folte i loro brutti lineamenti compensando anche, dall'altro lato della faccia, la loro calvizie incipiente.
Uno come te non può mettersi di punto in bianco a portare la fichezza estetica nell'indie: non vale. Che poi rovini il giocattolo a tutti se il tuo disco non è solo fatto per mostrare una foto degna di Cosmopolitan ma è anche una ficata assoluta rovinando così l'antinomia 'apparenza qualità'.
Sì, gente, ho trovato finalmente il primo disco del 2012 che mi ha fatto cadere dal letto: che è il luogo dove generalmente ascolto la musica e dove è particolarmente ideale ascoltare proprio questo disco notturno. Da soli o in compagnia (ammicc'ammicco).
Kindness prende la musica pop nera degli anni '80 - funk, R&B, smooth-jazz, house, disco, soul - e la canta come se fosse una roba da bianchi. Che detta così non sembrerebbe una buona idea ma fidatevi che suona tutto magnificamente anche se in modo diverso da come ci si è abituati: semplicemente l'originale bruciante passione black è stata rimpiazzata da un piglio più flemmatico (senza scadere nella noia della chillwave) e misterioso. 
C'è un qualcosa di chimico e artificiale in esso ma che è a suo modo affascinante: è come se Kindness prendesse il calore sessuale di, chessò, un George Benson e lo raffreddasse fino a renderlo semi-freddo. Come un Gran Soleil, diciamo: un prodotto che - Clerici a parte - trovo molto intrigante.
Ok, magari non riesco a spiegarmi bene ma provate ad ascoltare il seducente R&B, tutto basso (elettronico) slappato, di "Anyone Can Fall In Love" (cover della pessima sigla di Eastenders) oppure la magnifica "Swinging Party", cover dai Replacements che mi ricorda non poco "Love Is In The Air" di John Paul Young (una canzone che nessuno plagia mai abbastanza) o ancora il fenomenale mish-mash electro-funk alla Prince in "That's Alright" e poi ditemi se non ne vorrete di più di questo chimicume suadente.
Kindness resuscita con gentilezza, spogliandolo un po' dell'originale edonismo plasticoso, un tempo in cui l'amore si poteva descrivere in modo estremamente sessy e romantico allo stesso tempo.
Un disco arrapante come quelli di 30 anni fa ma 30 anni più tardi: ciò è molto 2012.
E ci piace.


P.S.: cioè a me me piace, poi fate voi.

mercoledì 11 aprile 2012

I Hate Myself - "10 Songs"

"KAMEHAMEHAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA"

1997

 Evidentemente gli adolescenti depressi e alienati che si spappolano l'ugola su basi post-hardcore da piccini si rifugiavano spesso in nerdate come gli anime. Infatti, dopo aver trattato i Descubriendo a Mr.Mime, che si ispirano ai Pokémon (e ora che ci penso mettiamo in ballo anche Il Triceratopo coi suoi temi cinefili), facciamo un passo indietro lungo 15 anni.
Gli I Hate Myself sono fra i gruppi che nella seconda metà degli anni '90 hanno forgiato lo screamo e l'emocore come lo conosciamo (e revivaliamo) oggi. Hanno creato tutti quei cliché che oggi tanto amiamo/odiamo come l'autocommiserazione estrema (già a partire dal nome), come il suono sdrucito e leggermente dissonante anche se melodico, così come i silenzi seguiti da esplosioni di chitarre, per non parlare degli urlacci orrendi da carotide prolassata.
Per quanto riguarda questi ultimi c'è da fare una considerazione: avevano senso! Infatti non urlavano cose idiote come "TiHOviSTAIERISeRaDaLKEbBabBaROMeNTReChieDeViUNApIAdINaSEnZaCipOLLAaA!" bensì ragionevoli incazzature cosmiche come "YoURiPPeDOuTMyFuCKInGHEaRT!!!".
Inoltre, parlavano appunto di tematiche più o meno infantili quali Dragonball Z, Godzilla e Dr. Seuss (autore di libri per bambini con famosi personaggi quali l'elefante Ortone, il Grinch e il gatto col cappello). Chissà, forse la chiave è l'infanzia come unico periodo della vita in cui si può veramente essere felici.
Gli I Hate Myself, come molte altre band screamo dell'epoca, non esistono più e non si trovano informazioni a riguardo: forse perché è dura riuscire a cantare in quel modo a lungo senza sfibrarsi le corde vocali o forse perché hanno deciso di tagliarsi davvero le vene dopo aver visto i ragazzini di Piazza del Popolo che si definivano "emo". Non lo sapremo mai (o forse sì: è giusto una frase fatta tanto per...), ma ciò che è certo è che oggi possiamo sentire queste "10 Songs" (che sono in realtà 11) che hanno contribuito a esprimere in modo schiamazzante uno spleen che bruciava, tutt'ora brucia e contribuirà a bruciare negli animi irrequieti degli adolescenti del primo mondo.
Grazie: voi odiatevi pure che ad amarvi ci pensiamo noi.
ehr... Cheesiness level over 9000, proprio.


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