Alla scoperta della sensibilità della cassa dritta sensibile
2009
Recuperate dal vostro cervello le immagini più stereotipiche di una discoteca. Quelle immagini solite dei film che mostrano questi inferni di sudore, luci stroboscopiche, volumi assordanti e voluttà non protette assortite. E in fondo non che la realtà sia eccessivamente differente, ma perché? Chi ha detto che il ballo inteso come catarsi psicofisica tramite movimento coordinato dei muscoli a linee di basso vibranti deve per forzaavere un'aura di fumosa decadenza e seriosità. Una seriosità che si trova anche nei brani a tema più positivo come quelli dei Black Eyed Peas, per dire: la serata della propria vita, il ballo come atto di riscatto e banalità del genere. Sia che lo si dipinga di nero o di bianco c'è sempre un monocromatismo soffocante nell'immaginario danzereccio.
I Discovery vogliono mostrare il contrario a partire dalla copertina del loro primo e, al momento, unico "LP". Vogliono convincerci che nel martellare meccanico di una drum-machine ci può essere anche un sentimento complesso, ricco di sfumature di colore: basta metterci sopra tanti falsetti piagnucolanti/gioiosi, campanellini, tastierine pirupiranti e il gioco è fatto. D'altronde una band formata per una metà dal cantante dei Ra Ra Riot e per l'altra dal tastierista dei Vampire Weekend non può fallire in un intento del genere. "LP" è un LP succoso, divertente e ballabile con sentimento, che farà impazzire i fan di electro-fagottate simili come i succitati gruppi, i Postal Service o i Passion Pit. Quei gruppi che insomma sanno far provare un luminoso spleen estivo anche durante le stagione fredda in arrivo.
Qualche amabile adoratore del blog SfigatIndie avrà forse notato la drammatica diminuzione della produzione postifera negli ultimi mesi.
È tutto vero, non è un'illusione, e me ne dispiaccio: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, ma non del tutto.
È che, diciamolo chiaramente, con l'industria discografica ancora più in crisi del solito questo mezz'anno appena conclusosi è stato avarissimo di uscite sia in senso quantitativo che in senso qualitativo. Qualcuno magari mi dirà che le ottime uscite ci son state e che me le sono probabilmente perse, sarei contento se così fosse, ma un fatto indiscutibile è l'ormai aumentata distanza fra l'hype di un'opera in uscita e la sua effettiva bontà al momento dell'ascolto. Nel 2011 le cose erano assai più rosee: basti pensare ai grandi ritorni celebrati con gioia da tutta la critica di P.J. Harvey, Tom Waits, Bon Iver, Fleet Foxes, St. Vincent, ecc., ecc.
Quest'anno per me i ritorni di artisti che amo si son rivelati una delusione dopo l'altra: da un'inconsistente Santigold a degli irrilevanti Maxïmo Park, dai nuovi eterei e flatulenti Maccabees a dei Japandroids senza mordente, dai Mystery Jets reinventatisi country a dei pigri Futureheads passando per dei bizzarri e quasi heavy, ma non proprio emozionanti, Bloc Party. Cacchio, perfino i Fine Before You Came mi hanno lasciato indifferente. Non parliamo poi del Teatro degli Orrori.
Ma tra tutta questa gente tornata sulle scene a stupirmi un po' ci pensano proprio quelli che sulla carta erano i più deboli, quelli da cui un secondo album inutile e fiacco me lo sarei proprio aspettato. Se sapete leggere avrete già capito che sto parlando dei Vaccines, band inglese spuntata dal nulla grazie a un vigoroso pompaggio mediatico di quelli belli come non se ne facevano più dai tempi degli Arctic Monkeys.
Ebbene sono tornati con un album sicuramente meno esplosivo ma riuscitissimo. Un album più verboso, intimista e mellifluo in pezzi come "Weirdo" o "Lonely World" ma che non scorda il veloce brio brit-indie in gassate hit come "Teenage Icon" o "Change of Heart, pt. 2". Il tutto sorretto dalla voce giusta, solida e piena, seria e decisa. Un album più complesso, insomma, di quelli che ti aspetteresti da una band che sta crescendo e sta mantenendo le promesse come fanno le persone mature di cui ti puoi fidare.
In finale, dunque, non è che non ci siano stati buoni dischi in questa prima metà del 2012 (prendiamo notevoli ficatelle come Lo Stato Sociale, i Passion Pit o Kindness) ma questo nuovo album dei Vaccines è il primo a cui voglio veramente bene... per quanto si può voler bene a una sequenza di 0 e di 1 scaricata da Filestube.
Sì, la mia ironia spezza-romanticismo fa schifo, lo so.
L'idea dei dischi da portare su un'isola deserta mi ha sempre lasciato un po' perplesso perché, andiamo, quanto è credibile un naufrago che ritrovatosi sull'isola di Lost possa tranquillamente ascoltare i suoi dischi su un impianto stereo perfettamente funzionante (probabilmente grazie a delle celle per l'energia solare) acchittato dal Venerdì di turno?
Ciononostante se esistesse una roba del genere questo album lo porterei sicuro, garantito al limone, al lime e alla papaya, tanto per rimanere in contesti esotici.
Oscurato un po' dalla fama contemporanea del cognomonimo (parola credo inesistente) collega americano James Douglas "Jim" Morrison, l'irlandese George Ivan "Van" Morrison non poteva certo vantare un carisma fricchettone e quindi nemmeno nessuna frase allucinata e "illuminante" scarabbocchiata su chilometri quadrati di pagine di Smemoranda negli anni a venire. Van Morrison era un un poeta vero: ermetico e introverso. Non un fattone con una bella voce che ha avuto il culo di incontrare una gran band. Pure Van "The Man", poi, in quanto a voce mica scherzava.
Quando si ritrovò a registrare questo capolavoro con una vera band jazz, il sogno della sua vita, non diede indicazioni specifiche né sulle partiture da suonare né sul significato dei suoi testi. Ed ecco che, come una magia, quegli arrangiamenti folk-jazz quasi improvvisati e i quei testi tanto ariosi quanto misteriosi sono ciò che più delizioso e brillante e affascinante le orecchie possano ascoltare ancora oggi, a 44 anni dalla loro creazione. Dall'acrobatico cantato "scat" singhiozzante al più incredibile basso acustico che avrete mai modo di sentire, passando per la generosa selezione di strumenti allieta-timpani (vibrafoni, sassofoni, flauti e clavicembali), tutto concorre alla creazione di un'atmosfera in bilico fra malinconia e gioia incredibilmente "ballabile", preferibilmente sull'erba, a piedi nudi.
Infine, tutto risponde alla logica del "se una cosa è bella, tanto vale che duri a lungo" con 4 brani su 8 che superano i 6 minuti.
Non vedo l'ora di sfonnarmi con l'aroplano, custodia porta-vinili in acciaio super-resistente alla mano, in mezzo all'oceano pacifico.
Aaaargh!!! Uuuuuh, urgh... ma ma ma...quanto ho dormito? Co-come!? 55 giorni!!?!
Diamine, tutta colpa della musica indie soporifera del 2012. Umpf... Di che si può parlare ora? Vediamo che giorno è: 7 Luglio.... estate. AH, perfetto! Fammi preparare le valigie che me ne vado in barca a vela a Saint-Tropez con questi stilosi e romantici fichetti svedesi. Lo so è una cosa molto chic e altolocata ma da due anni a questa parte è diventata per me un'abitudine irrinunciabile. Questi Sonnets fanno infatti un pop madido d'acqua di colonia come non si sentiva dagli '80 degli Style Council e Prefab Sprout: sentimentalismo infoulardato, pianoforte, bossanova, sassofono e coretti languidi.
Perché l'amore estivo è più bello sognarlo in prima classe.
Quando è stata l'ultima volta in cui il jazz è stato considerato accattivante dalle nuove generazioni e non roba per over-30? Probabilmente qualcosa come 70 anni fa, a causa dell'aura purista e snobbona con cui i musicisti del genere hanno quasi sempre adorato circondarsi e anche tutti i tentativi di svecchiamento successivi, come le incursioni nei territori "pesanti" del jazzcore e del jazz-metal, sono rimasti confinati in nicchie di ascoltatori.
"Nessuna persona al di soprà dei 21 anni è stata coinvolta nella produzione di quest'album". E il risultato è che questo "BBNG2", secondo album in 2 anni dei torontiani, suona freschissimo e cool e glamour ma è jazz, proprio jazz, inequivocabilomente jazz.
La loro formula di riaggiornamento non investe soltanto la forma, sebbene lo faccia molto bene con l'ausilio di una produzione moderna di suoni analogici in cui il basso, strumento melodico fondamentale, è mixato ad un livello più basso (un po' come si fa oggi con la voce per altri generi), ma il neo-jazz badbadnotgoodiano mostra anche differenze strutturali con il passato ricavate da influenze moderne di musica elettronica (con un approccio compositivo "stratificato"), post-rock e hip-hop (con una preponderanza del beat cadenzato rispetto al virtuosismo batteristico). Generi che a loro volta devono molto al jazz.
Superando l'alta barriera dell'immaginario sofisticato, pretenzioso e un po' matusa del jazz i BADBADNOTGOOD ci portano un disco affascinante nonché di facile ascolto nel quale, dopo tanta musica piena di beat pompanti e chitarre arrotanti, si torna anche a sentire un po' di eleganza al piano, e intendo proprio il piano suonato non 3 note di synth ripetute in loop .
Insomma, con l'idea giusta si può riuscire a svecchiare qualsiasi cosa, compresi il liscio e la polka.
Cassa dritta pecoreccia (ma non sempre per fortuna)
2007
Ieri, guardando i Subsonica in tivì al concerto del primo maggio, oltre ad aver pensato "Cacchio, ma questi sono i nuovi Modena City Ramblers/Bandabardò del Concertone: li invitano sempre" mi sono ricordato di questo loro quinto album e di quanto mi piacesse, nonostante non fossi mai stato particolarmente fan dei torinesi (questi torinesi, non i torinesi tutti).
E mi son anche reso conto di quanto siano stati avanti: un pop-rock con un'elettronica così preponderante loro l'avevano fatto con qualche anno di anticipo rispetto a molti altri, persino sulla scena internazionale, e in qualche modo il loro synth-rock (che 10 anni fa chiamavamo "electro-clash") rimane unico e bisogna rendergliene conto.
Tuttavia, rimane anche un po' di rammarico per come questa unicità sia stata donata dal Dio della musica "proprio a loro", che questi strumenti non li hanno mai utilizzati al massimo. I vizi dei Subsonica sono infatti grossi come una casa e basta ascoltare un qualsiasi brano per accorgersene. Innanzitutto la produzione è tamarra nel sangue (perché loro sono tamarri nel sangue: basta vedere Boosta con le sue tastiere molleggianti). Una roba tutta incentrata sull'aggiungere piuttosto che sul togliere, con la voce di Samuel sempre effettata su strati e strati di suonini e scorreggine digitali che si potrebbero anche risparmiare. Pure le chitarre quando ci sono sembrano di plastica. Inoltre gli arrangiamenti sono sempre abbastanza prevedibili: e vabè che è musica pop ma almeno in qualche pezzo non designato a singolo potrebbero cazzeggiare un po'. Per questi motivi, infatti, quello che è considerato il loro miglior album, "Microchip emozionale" (1999), non è il mio preferito: per quanto ambizioso e avanti ai suoi tempi nelle intenzioni, è invecchiato malino, specie per quanto riguarda il comparto sonoro che risulta oggi piuttosto ammuffito.
Infine, il peggior difetto dei Subsonica è..... - suspànce - è..... la ridicola scrittura dei testi ad opera di Samuel. E cos'altro sennò? Dall'ermetismo che non serve altro a mascherare la mancanza di cose da dire all'ammassamento di aggettivi inutili, per non tacere dei testi "impegnati" che arrivano solo obliquamente a parlare di qualcosa di sensato, senza scordare i ritornelli di due parole ripetute in eterno, i Subsonica ci hanno lasciato un'eredità che la nostra povera musica alternativa impiegherà anni a smaltire, come delle scorie nucleari.
E nonostante tutte queste grane perché questo disco mi piace tanto?
Semplicemente perché è il disco in cui tutti questi problemi si sentono di meno, son abbastanza nascosti da una componente elettronica che mai prima era stata così massiccia: dalle katanate di tastiera della gasante apertura "Veleno" alla techno da rave di "Il centro della fiamma", passando per la drum&bass di "Piombo" (che credo sia una canzone anti-mafia ma sempre in quel modo incerto che dicevo prima).
Insomma, un ottimo album che mostra cosa potrebbe fare questa band se osasse e si allontanasse un attimo dagli stilemi che si è autoimposta: non solo una band in grado di fare con anni di anticipo i Pendulum e gli Aucan (che "Black Rainbow" è subsonico al 100% ma palloso).
"L'eclissi" arriva dopo quello è il loro lavoro più brutto, "Terrestre" del 2005 (monotono e tutto chitarre di plastica, bruciata però), e nel 2011 sarà seguito da quello che il loro secondo lavoro più brutto, "Eden" (tante idee interessanti ma eseguite male). Dunque o questo album è solo un incidente di percorso o magari c'è un disegno di fondo e il prossimo sarà un capolavoro.
Nel dubbio aspettiamo fiduciosi fist-pumpando nell'aria a ritmo delle loro casse dritte.
Non accuso il nepotismo: dopotutto sono perfettamente in grado di comprendere che se sei figlia di un musicista, se sei nata e cresciuta in un ambiente pieno di musica, hai accompagnato tuo padre a lavoro in giro per il mondo, risulta assai innaturale anche solo provare a fare qualcosa di diverso tipo, che so, il tassidermista.
Questa è, infatti, la storia di Eliot Paulina Sumner detta "Coco", figlia di Gordon Matthew Sumner detto "Sting", nata nel 1990 a Pisa (perché il papà è fissato con la toscana e ha una casa da quelle parti).
Al di là dei pregiudizi questo "The Constant" può, sì, ricordare senza dubbio alcuni elementi del frizzante synth-pop chitarroso della band paterna ma, in generale, è più assimilabile ad altre artiste electro-pop (con l'accento su pop) contemporanee come La Roux, Ladyhawke, Ellie Goulding e Marina Diamandis.
Dalla sua Coco ha il pregio di scrivere canzoni meno frivole e "giocattolose" di quelle succitate colleghe e in questo l'aiuta la voce seria e corposa, questa sì, incredibilmente simile a quella del papà.
"The Constant" è un disco più che discreto, godibilissimo e sostanzioso, che pur non restando negli annali, apre la strada a una nuova strafica mascellona del pop.
Un capolavoro. Senza il quale gli Oasis non esisterebbero...urghhh
1989
Oggi è il Record Store Day, gente, il giorno in cui dopo 364 giorni passati a scaricare roba da mediafire ci si ricorda che esistono i negozi di dischi e che la musica ogni tanto si può anche pagare. Evvai!
Per questo vi racconto di quando comprai per la prima volta un vinile: il sopra-raffigurato primo album (il secondo è irrilevante) degli Stone Roses. Un disco bellissimo, fondamentale, indescrivibile e unico nel suo genere. Pensate un po', Noel Gallagher decise di fondare una band dopo aver visto un loro concerto. Gli Stone Roses vengono infatti da Manchester e sotto sotto sono dei coatti non da poco: sebbene infatti questo disco non lo sia, perché nato in un'epoca in cui, sulla scia dei concittadini Smiths, andava di moda fare i dandy maledetti e sofisticati, in seguito i componenti della band si sono sbizzarriti con la loro tamarragine.
Il cantante Ian Brown, ad esempio, ha creato il suo brand di tute in acetato che potete vedere indossato fieramente da lui stesso nella copertina del suo ultimo album "My Way". Un album più che discreto invero, perché checché se ne dica gli Stone Roses ebbero un assaggio di quella mitica fiamma che permette di scrivere canzoni immortali. E non è che il ricordo di tal fiamma si perde tanto facilmente.
Anche se dal vivo son sempre stati inadeguati: ad esempio, il batterista Reni (se vi pare un nomignolo strano sappiate che il bassista si chiama Mani) non è mai stato in grado di eseguire decentemente la vorticosa e incessante "Fool's Gold" (presente solo nella versione statunitense del disco) e Ian Brown è un bel po' stonato. E da quest'anno li potrete rivedere in tutti i grandi festival d'Europa perché si sono riformati!!! Chissà magari son migliorati.
Del disco in sé comunque c'è poco da dire: ha la mia età e se non lo avete sentito dovete ascoltarlo e basta perché è impossibile da descrivere senza usare parole come megastraficaderrimoultrabombotronicocremosoipertrascendentalebazoom.
E pensare che io lo comprai a scatola chiusa: ne avevo letto soltanto sul libro allegato a Rolling Stone "I 500 migliori album di ogni tempo" che lo liquidava alla posizione quattrocentonovantasettesima con due parole, però ero assai intrigato dalla copertina disegnata dal chitarrista John Squire in style Pollock+VitaminaC. Allora, con una mega botta di culo lo trovai per meno di 10 euro in un pidocchioso mercatino dell'usato vicino casa. Diciamo che il prezzo era adeguato perché, nonostante si sentisse perfettamente, la bellissima "Made of Stone" era completamente rigata a livello "sbracapuntina". Per questo l'omonimo disco degli Stone Roses è anche l'unico che possiedo sia in vinile che in cd.
Bene, per quest'anno è tutto: via via, andate a comprare un disco che vi piace molto e lasciate marcire nei magazzini le tonnellate di dischi "meh" in circolazione che tanto prima o poi li troverete alle bancarelle a 50 centesimi l'uno.
Quando ci si sente soli è sempre la stessa storia.
Non importa se si è su un autobus durante l'ora di punta, in motorino sulla tangenzialeo a lezione all'università. Quando ci si sente soli è un po' come trovarsi su una navicella spaziale, alla deriva nello spazio profondo, che ha perso le coordinate: lontani anni luce da qualsiasi persona che possa aiutarci o semplicemente farci compagnia. Perché in realtà chi ci sta attorno non si trova mai nelle nostre condizioni, non può capirci.
Fortuna che la scienza musicale nel 2010 ha elaborato un medicinale altamente lenitivo che si assume per via auricolare chiamato I quartieri.
La one-man band di Fabio Grande canta di questa solitudine interstellare con voce carezzevole, chitarra reverberata e tanti effetti sonori siderali attorno come se stesse veramente fluttuando con rassegnazione nel buio dell'abbandono alla ricerca di un lumicino di empatia. E inevitabilmente quando ascolterete queste tenere poesie su basi soft-space-post-rock radioheadiane vi sentirete sicuramente un po' meno desolati.
Inoltre questo disco non ha controindicazioni: lo potete ascoltare anche quando siete felici senza deprimervi perché, si sa, la felicità non esisterebbe senza l'infelicità dunque queste melodie agrodolci vi faranno apprezzare ancora di più quello che avete e la moltitudine di stelle nel cielo che, viste così tutte assieme, non sembrano più tanto sole*.