lunedì 25 marzo 2013

Holy Fever - "Holy Fever"

Una (santa) febbre da cavallo pres'abbene

2011

SBOOOOO! Fanculo l'hip-hop su SfigatIndie tornano le chitarre!
E che chitarrelle, che grintuccia, che foghetta, che fregolina!
Gli Holy Fever fanno un pop-punk-hardcore melodico che ricorda nella voce catarrosa, ma anche nel songwriting pluridimensionale con tanti elementi esterni (il bubblegum rock femminile rifacentesi agli anni '60 dei Cults o degli Sleigh Bells, ad esempio), band saporitissime come Titus Andronicus o Joyce Manor. Qui abbiamo un ep di soli tre pezzi, corti ma superconsistenti. Per ovviare al problema della scarsa durata sul vostro player di musica dovreste trovare un simbolo simile a quello del riciclo: pigiatelo e assumerete un'espressione gasata e gaia e beota per tutta la durata delle batterie del vostro dispositivo o, se si tratta di un aggeggio collegato alla presa della corrente, fintanto che non dovrete correre al cesso.

(Ecco una novità del blog. Ci si adegua a un futuro che pare abbastanza fulgido)

giovedì 31 gennaio 2013

A$AP Rocky - "Long.Live.A$AP"

Smascellare coi denti d'oro tempestati di diamanti.

2013

L'anno scorso mi son lamentato come una femminuccia per 12 mesi di fila di come il 2012 fosse noioso dal punto di vista musicale: gnègnègnègneè ;_;.
Ora è il 2013 è sto ipercompensando sentendomi come un gangsta da circa 31 giorni. 
Sono di statura media, magro, stempiato, miope e non faccio paura a nessuno ma questo disco mi fa camminare come se stessi levitando a un millimetro da terra. È la carica antigravitazionale generata dallo $wag che esce dal mio lettore mp3 attraversa le mie orecchie e si propaga per le ossa, me le estende e mi fa sentire più alto, poi mi scarica elettricità nei muscoli e mi dona elasticità e senso del ritmo, poi BOOM nel sistema nervoso dove secerne endorfine a bomba come se mi stessi fumando una giollona nucleare. E via così nel cervello per sparare altri stereotipi su neri - BANGBANGBANG - come una Tec9 durante un drive-by da una Chevy Impala.
A$AP Rocky ha 25 anni ed è un rapper mediocre per tecnica e per testi però, dopo aver pubblicato un bel mixtape, s'è beccato un contratto da 3 milioni di dollari dalla RCA e in questo "Live.Love.A$AP" se la scoatta duro, alla faccia dell'industria discografica in crisi nera. Ed è proprio questa faccia tosta la sua forza principale, quella che gli ha procurato il malloppo: A$AP, al secolo Rakim Mayers, è giovane, bello e non ha nulla da temere grazie alla sua dentatura dorata, le sue treccine, i suoi bei vestiti firmati e il suo gran gusto nelle basi. O meglio il suo gran gusto nel scegliere i produttori giusti come Clams Casino, inventore di un dark-hop sfumato ed elegante, Danger Mouse e persino Skrillex che, dopo essersi trasformato in emulo di Burial, qui si sbizzarisce nella techno cafona di "Wild For The Night". Mentre altrove, come nella quasi zuccherosa "Fashion Killa", è lo stesso Rocky a coprodurre con lo pseudonimo di Lord Flacko.
"Long.Live.A$AP" è un album sfarzoso nei suoi beat, sulla scia di Watch The Throne di Kanye e Jay-Z, eppure scorrevole e divertente. Non lesina nemmeno sui featuring comprendendo tutti i rapper più IN del momento (Drake, Kendrick Lamar, Action Bronson e Danny Brown) ma è anche estremamente personale con la retorica spavalda del nostro A$AP Rocky a farla da padrone.
È l'album più tamarro di questo inizio di 2013. E anche il migliore.
E mentre lo ascoltate vi si allunga il pisello di una manciata di cm.
O vi si allarga la circonferenza della chiappe.


domenica 25 novembre 2012

Le Raccoltine di SfigatIndie - "Nuthin' but a 'P' Thang"

Corso accelerato di post-femminismo tamarro

2012

Le Raccoltine di SfigatIndie sono tornate e sono qui per restare!
Ossia, ancora una volta ho preso tre canzoni da youtube, le ho confezionate all'acqua di rose e ci ho messo questa copertina fatta con Gimp che se usavo vinavil e forbici dalla punta arrotondata mi veniva meglio: e ora potete scaricare il tutto gratuitamente ed illegalmente! YEEEEEEES!
Questa volta il tema dei brani è
Ragazze bianche un po' trucide che fanno brani di hip-hop cafone accompagnati da video imbarazzanti i cui testi però, al di sotto della loro spessa superficie coatta, nascondono riflessioni molto interessanti sull'affermazione della donna e della sua sessualità nell'odierna iperconnessa società post-postpatriarcale

 Prima di analizzare le singole tracce ci serve un po' di background: l'hip-hop è un fenomeno nato nelle comunità afroamericane principalmente fra i giovani di sesso maschile - e fin qui ci siamo tutti, immagino. Da qui con un evento abbastanza imprevisto - denominato Beastie Boys - ha compiuto prima una salto etnico e solo in seguito di genere sessuale (pur rimanendo nella comunità afroamericana). Fra le rapper nere più interessanti citiamo solo Lauryn Hill, Missy Elliot e Lil' Kim che dopo l'epoca delle faide della prima meta degli anni '90 vollero mettere una toppa all'eccessiva violenza gangsta che il rap maschile ispirava raccontando il ghetto attraverso altri occhi seppur con un linguaggio non troppo diverso, sempre fiero e spavaldo (che ritroviamo oggi con straficone intimorenti come Azealia Banks).
Il passaggio alle donne bianche è stato però lungo e complesso ed è risultato inizialmente più in una macchietta che altro, poiché è ovvio che non si poteva certo imitare la stessa condizione svantaggiata delle colleghe afroamericane (e la stessa cosa è accaduta per i rapper bianchi che si sono dovuti cercare altri argomenti, spesso piuttosto triviali). Di questo tipo troviamo gli esperimenti acerbi dell'inglese Lady Sovereign o le ben più frivole Uffie e Ke$ha (e qui - off topic - voglio però ricordare che la sua cover di "Don't Think Twice, It's Alright" di Bob Dylan è quantomeno sorprendente).
Di recente, invece, sono spuntate delle tizie che per quanto apparentemente adornate da un'estetica non poco trash, rappresentano un modo abbastanza originale di approcciare il femminismo tramite il linguaggio senza filtri del rap: diretto, sboccato e oltraggioso. Ed è, a mio avviso, piuttosto efficace.
Scopriamo dunque tre fra le mie rapper bianche preferite degli ultimi tempi.

Iggy Azalea - "PU$$Y"

Il 2012 è l'anno dello sdoganamento del cunnilingus. Partendo dal "I guess that cunt gettin' eaten" della sopracitata Azealia Banks, passando per il "my pussy tastes like Pepsi Cola" di Lana Del Rey, senza scordare l'inno allo slinguamento vaginale di Danny Brown in "I Will", si arriva a questa australiana che prende l'argomento di petto (di pube, ahem) anche nel titolo (che è poi quello che rappresenta la 'P' nel citazionismo di questa raccoltina). La biondina Iggy parla di quanto la sua fica sia profumata, succulenta (dice che sa di Skittles... mmmm) e bagnata (come il Titanic e il Rio delle Amazzoni).
Detta così potrebbe sembrare una stronzata eppure questa non è altro che una trasposizione doverosa delle pose machiste dei colleghi uomini che raramente hanno disdegnato parlare dei loro, supposti, megapeni.
Ovviamente una sottile misoginia si è insinuata nei commenti di youtube dove molti si sono indignati per la presenza di bambini nel video: mavafangù.


Brooke Candy - "Das Me"

Probabilmente la più trucida del trio, Brooke Candy è una spogliarellista italoamericana diventata famosetta grazie a un tumblr pieno di foto abbastanza nsfw che l'ha fatta finire nel video di "Genesis" della cantante goth-psichedelica canadese Grimes. In "Das Me" mostra un'estremizzazione in salsa rosa ultra-kitsch del solito immaginario hip-hop: macchinoni, bling-bling, champagne, droghe e, ovviamente, bambini asiatici tenuti al guinzaglio. Ma il vero punto nodale del brano è la liberalizzazione dell'epiteto slut (traducibile come "baldraccona smandrappata" o "tizia che la da a tutti senza posa") in versi come:
"It's time to take the back "Slut" is now a compliment
A sexy-ass female who running shit and confident
Lady who on top of it, a female with a sex drive
"

Candy rivendica il suo diritto di donna di fare sesso con quanti le pare senza esser per questo esser considerata più deprecabile di un uomo che pratica lo stesso tipo di libertinaggio. A tal proposito cita la famosa strofa di Lil Kim':
"Here's something I just can't understand
If the guy have three girls then he's the man
He can either give us some head, sex a roar
If the girl do the same, then she's a whore
"
  modificandola in
"It ain't your business who I'm fucking with
A dude could fuck 3 bitches and they'd say that he's the man
But I get it in with twins, she's a whore

That's what they saying"
Il riferimento è alle polemiche scaturite da alcune foto di lei seminuda in compagnia di due gemelli (i famigerati gemelli Sewel). È inopinabile dunque che, nonostante l'estetica super-appariscente, Brooke Candy rispolveri il dibattito su alcune questioni morali che rimangono ancora irrisolte persino nella nostra odierna società occidentale. Anche se perché se provi a opinare ti fa il cazzo a fette (sul serio: "Take a knife to your dick, I'm a cut your fucking loss". LOL, trovo questo tipo di minacce stranamente eccitanti. Lorena Bobbitt FTW).
"Next time they call you a slut
Brooke Candy tell you not to give a fuck
"



Kreayshawn - "Gucci Gucci"

Infine, tocchiamo un altro argomento diverso con Kreayshawn che nella sua "Gucci Gucci" se la prende col conformismo e con le mode nel ritornello che fa:
"Gucci Gucci, Louis Louis, Fendi Fendi, Prada
Basic bitches wear that shit so I don't even bother
"

Alla faccia del buon nome internazionale del made in Italy, la rapper di San Francisco propone di investire quei soldi in maniera più produttiva, sul proprio partner o sulla propria famiglia (probabilmente qui intesa come crew). O anche su un bel po' di canne. Il brano in sé suona abbastanza stupido e sborone, tuttavia come abbiamo visto dal punto di vista contenutistico è almeno un mezzo passo avanti nei confronti del solito banale rap a sfondo edonista e consumista (anche se un tempo, per quanto riguarda la cultura afro, lo sfoggio di ricchezza era più che altro un segnale di rivalsa sociale).
E ad ogni modo sul verso finale ritroviamo un certo orgoglio vaginale:
"I got the swag and it's pumping out my ovaries"
Fuck yeah!


Downloada subito l'evirante seconda Raccoltina di SfigatIndie

mercoledì 31 ottobre 2012

Christian Death - "Only Theatre of Pain"

Dark-wave? Death-wave? Decapitiamo un agnellino e battezziamoci nel suo sangue-wave!

1982

Quali sono gli album che più vi fanno cacare sotto per la strizza? Quali sono gli album che definireste horror? Il metal ha spesso cercando di inseguire questa strada sin dai suoi inizi: ad esempio, con il primo disco dei Black Sabbath grazie anche a una copertina non poco disturbante.
Eppure, secondo me, in quei casi troppo spesso si è cercato l'eccesso e l'oscenità a tutti i costi in un modo che sfiorava la barzelletta (mi vengono in mente i disgustosi ma risibilmente divertenti Cannibal Corpse).
Dove cercare dunque se non dalle parti della dark-wave: filone macabro della new-wave iniziato da gruppi come Cure, Bauhaus e Siouxsie & The Banshees.
Tutti gruppi inglesi questi, tutta gente con un certo senso dell'umorismo se non altro: ma che succede invece se una cosa del genere la si mette in mano a qualcuno che si prende molto più sul serio, tipo gli americani?
"Only Teathre Of Pain" dei Christian Death è il disco che più mi fa sentire a disagio e mi angoscia proprio per questa ragione. Le sue soluzioni orrorifiche - rintocchi di campane, testi blasfemi e versi recitati al contrario ("sevlesmeth pleh ohw esoht spelh dog") - sono costruite ad arte eppure emanano una raggelante "sincerità" che non si può ignorare. Il merito è tutto della voce deprimente, viscida e suicida di Rozz Williams, che lecca le orecchie e poi le morde, e nelle schitarrate ustionanti di Rikk Agnew che pugnalano con precisione e violenza le orecchie della vergine sacrificale di turno. A dare l'aspetto di un vero sabba danzante attorno al fuoco contribuisce il ritmo di un basso registrato a volumi spropositati, che sostanzia capolavorrori ballabili come "Romeo's Distress".
Per la nostra (in)sensibilità contemporanea un disco del genere potrebbe apparire, sulla carta, macchiettistico e artificioso (per questo bisogna ringraziare, non so se seriamente o ironicamente, le banalizzazioni di Marilyn Manson) eppure ascoltandolo è davvero difficile mettersi a ridere, specialmente tenendo a mente che Williams, dopo diversi progetti su questa falsariga, difficilmente stava scherzando quando venne trovato impiccato nel suo appartamento di West Hollywood il primo aprile del 1998,
Buon Halloween a tutti da SfigatIndie.
BU!


domenica 14 ottobre 2012

The Divine Comedy - "A Short Album About Love"

Non conta la lunghezza, conta come lo usi

1997

 Negli anni '90 uno spettro si aggirava per la Gran Bretagna: era lo spettro del brit-rock. Ovvero s'era deciso che era ok far diventare delle superstar gente ultracoatta che magari un giorno aveva bigiato il lavoro in acciaieria per andarsi a comprare una chitarra (naturalmente dato che si tratta di britannici, quindi da Shakespeare in poi mediamente più stilosi dell'europeo medio, anche i loro tamarri son migliori dei nostri).
Tuttavia, per fortuna, non era tutto così: c'era anche una parte più altolocata e ricercata del brit-rock. E qui a tutti verranno in mente i Pulp di Jarvis Cocker, il quale era sorta di dandy proto-hipster. Un fico, invero, ma forse in un modo troppo esibizionista da "Ehi, guardami, sono fichissimo. Adorami!" o "Metto delle puppe sulla copertina del disco, ma delle puppe chiccose". Ai limiti del poserismo post-newromantico, insomma.
Poi, a un livello superiore, c'è Neil Hannon: lui sì un vero galantuomo, brit ma in modo elitario (dall'Irlanda del Nord), elegante e sfacciato al punto giusto da immolarsi alla poesia scegliendosi come moniker direttamente la dantesca Comedìa (perché qualcuno doveva pur farlo) nonché talmente raffinato da pubblicare un concept album sul gioco del cricket.
"A Short Album About Love" è il suo quinto album ed è intitolato con grande onestà: sette canzoni d'amore per una durata di trenta minuti come si faceva nei dischi pop dei primi anni '60. Anni che in questo disco si ritrovano nello spirito, oltre che nella forma, grazie a un baroque pop soave ma dolorosamente agrodolce di scuola tipicamente bacharachiana. L'amore cantato da Hannon (a volte con inflessioni quasi tenorili) è sempre visto da una certa distanza, quasi incolmabile ma la brama per esso non può cessare poiché la calda idea del suo raggiungimento ci tiene vivi.
Ma, ovviamente, non immaginatevi di vedere uno come lui piangere in pubblico: al massimo se sarete voi a piangere, in un attimo vi porgerà il suo fazzoletto di seta ricamata prima che la prima lacrima possa toccare il suolo.


mercoledì 5 settembre 2012

Discovery - "LP"

Alla scoperta della sensibilità della cassa dritta sensibile

2009

Recuperate dal vostro cervello le immagini più stereotipiche di una discoteca. Quelle immagini solite dei film che mostrano questi inferni di sudore, luci stroboscopiche, volumi assordanti e voluttà non protette assortite. E in fondo non che la realtà sia eccessivamente differente, ma perché? Chi ha detto che il ballo inteso come catarsi psicofisica tramite movimento coordinato dei muscoli a linee di basso vibranti deve per forza avere un'aura di fumosa decadenza e seriosità. Una seriosità che si trova anche nei brani a tema più positivo come quelli dei Black Eyed Peas, per dire: la serata della propria vita, il ballo come atto di riscatto e banalità del genere. Sia che lo si dipinga di nero o di bianco c'è sempre un monocromatismo soffocante nell'immaginario danzereccio.
I Discovery vogliono mostrare il contrario a partire dalla copertina del loro primo e, al momento, unico "LP". Vogliono convincerci che nel martellare meccanico di una drum-machine ci può essere anche un sentimento complesso, ricco di sfumature di colore: basta metterci sopra tanti falsetti piagnucolanti/gioiosi, campanellini, tastierine pirupiranti e il gioco è fatto. D'altronde una band formata per una metà dal cantante dei Ra Ra Riot e per l'altra dal tastierista dei Vampire Weekend non può fallire in un intento del genere. "LP" è un LP succoso, divertente e ballabile con sentimento, che farà impazzire i fan di electro-fagottate simili come i succitati gruppi, i Postal Service o i Passion Pit. Quei gruppi che insomma sanno far provare un luminoso spleen estivo anche durante le stagione fredda in arrivo.


mercoledì 8 agosto 2012

The Vaccines - "Come of Age"

Il ritorno dell'albionica speed-malinconia

2012

Qualche amabile adoratore del blog SfigatIndie avrà forse notato la drammatica diminuzione della produzione postifera negli ultimi mesi. 
È tutto vero, non è un'illusione, e me ne dispiaccio: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, ma non del tutto.
È che, diciamolo chiaramente, con l'industria discografica ancora più in crisi del solito questo mezz'anno appena conclusosi è stato avarissimo di uscite sia in senso quantitativo che in senso qualitativo. Qualcuno magari mi dirà che le ottime uscite ci son state e che me le sono probabilmente perse, sarei contento se così fosse, ma un fatto indiscutibile è l'ormai aumentata distanza fra l'hype di un'opera in uscita e la sua effettiva bontà al momento dell'ascolto. Nel 2011 le cose erano assai più rosee: basti pensare ai grandi ritorni celebrati con gioia da tutta la critica di P.J. Harvey, Tom Waits, Bon Iver, Fleet Foxes, St. Vincent, ecc., ecc.
Quest'anno per me i ritorni di artisti che amo si son rivelati una delusione dopo l'altra: da un'inconsistente Santigold a degli irrilevanti Maxïmo Park, dai nuovi eterei e flatulenti Maccabees a dei Japandroids senza mordente, dai Mystery Jets reinventatisi country a dei pigri Futureheads passando per dei bizzarri e quasi heavy, ma non proprio emozionanti, Bloc Party. Cacchio, perfino i Fine Before You Came mi hanno lasciato indifferente. Non parliamo poi del Teatro degli Orrori
Fortuna che c'è Fiona Apple...
Ma tra tutta questa gente tornata sulle scene a stupirmi un po' ci pensano proprio quelli che sulla carta erano i più deboli, quelli da cui un secondo album inutile e fiacco me lo sarei proprio aspettato. Se sapete leggere avrete già capito che sto parlando dei Vaccines, band inglese spuntata dal nulla grazie a un vigoroso pompaggio mediatico di quelli belli come non se ne facevano più dai tempi degli Arctic Monkeys.
Ebbene sono tornati con un album sicuramente meno esplosivo ma riuscitissimo. Un album più verboso, intimista e mellifluo in pezzi come "Weirdo" o "Lonely World" ma che non scorda il veloce brio brit-indie in gassate hit come "Teenage Icon" o "Change of Heart, pt. 2". Il tutto sorretto dalla voce giusta, solida e piena, seria e decisa. Un album più complesso, insomma, di quelli che ti aspetteresti da una band che sta crescendo e sta mantenendo le promesse come fanno le persone mature di cui ti puoi fidare.
In finale, dunque, non è che non ci siano stati buoni dischi in questa prima metà del 2012 (prendiamo notevoli ficatelle come Lo Stato Sociale, i Passion Pit o Kindness) ma questo nuovo album dei Vaccines è il primo a cui voglio veramente bene... per quanto si può voler bene a una sequenza di 0 e di 1 scaricata da Filestube.
Sì, la mia ironia spezza-romanticismo fa schifo, lo so.


lunedì 16 luglio 2012

Van Morrison - "Astral Weeks"

Ermetiche poesie piroettanti

1968

L'idea dei dischi da portare su un'isola deserta mi ha sempre lasciato un po' perplesso perché, andiamo, quanto sarebbe credibile un naufrago che ritrovatosi sull'isola di Lost potesse tranquillamente ascoltare i suoi dischi su un impianto stereo perfettamente funzionante (probabilmente grazie a delle celle per l'energia solare) acchittato dal Venerdì di turno?
Ciononostante se esistesse una roba del genere questo album lo porterei sicuro, garantito al limone, al lime e alla papaya, tanto per rimanere in contesti esotici.
Oscurato un po' dalla fama contemporanea del cognomonimo (parola credo inesistente) collega americano James Douglas "Jim" Morrison, l'irlandese George Ivan "Van" Morrison non poteva certo vantare un carisma fricchettone e quindi nemmeno nessuna frase allucinata e "illuminante" scarabbocchiata su chilometri quadrati di pagine di Smemoranda negli anni a venire. Van Morrison era un un poeta vero: ermetico e introverso. Non un fattone con una bella voce che ha avuto il culo di incontrare una gran band. Pure Van "The Man", poi, in quanto a voce mica scherzava.
Quando si ritrovò a registrare questo capolavoro con una vera band jazz, il sogno della sua vita, non diede indicazioni specifiche né sulle partiture da suonare né sul significato dei suoi testi. Ed ecco che, come una magia, quegli arrangiamenti folk-jazz quasi improvvisati e i quei testi tanto ariosi quanto misteriosi sono ciò che più delizioso e brillante e affascinante le orecchie possano ascoltare ancora oggi, a 44 anni dalla loro creazione. Dall'acrobatico cantato "scat" singhiozzante al più incredibile basso acustico che avrete mai modo di sentire, passando per la generosa selezione di strumenti allieta-timpani (vibrafoni, sassofoni, flauti e clavicembali), tutto concorre alla creazione di un'atmosfera in bilico fra malinconia e gioia incredibilmente "ballabile", preferibilmente sull'erba, a piedi nudi.
Infine, tutto risponde alla logica del "se una cosa è bella, tanto vale che duri a lungo" con 4 brani su 8 che superano i 6 minuti.
Non vedo l'ora di sfonnarmi con l'aroplano, custodia porta-vinili in acciaio super-resistente alla mano, in mezzo all'oceano pacifico.


P.S.: però, che cazzo: nel '68 pur non avendo photoshop i grafici riuscivano a far copertine più belle di quelle di oggi.

sabato 7 luglio 2012

The Sonnets - "Western Harbour Blue"

Tutti sul panfilo dell'amore! Mare profumo di mare, con l'amore io voglio giocareee...

2010

ZZzZZZZZZZZzzZZzzZzz...ZZzzZZZ..ZZZzzZzzz
DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNN!!!
Aaaargh!!! Uuuuuh, urgh... ma ma ma...quanto ho dormito? Co-come!? 55 giorni!!?!
Diamine, tutta colpa della musica indie soporifera del 2012. Umpf... Di che si può parlare ora? Vediamo che giorno è: 7 Luglio.... estate. AH, perfetto! Fammi preparare le valigie che me ne vado in barca a vela a Saint-Tropez con questi stilosi e romantici fichetti svedesi. Lo so è una cosa molto chic e altolocata ma da due anni a questa parte è diventata per me un'abitudine irrinunciabile. Questi Sonnets fanno infatti un pop madido d'acqua di colonia come non si sentiva dagli '80 degli Style Council e Prefab Sprout: sentimentalismo infoulardato, pianoforte, bossanova, sassofono e coretti languidi.
Perché l'amore estivo è più bello sognarlo in prima classe.


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